2018 – L’anno della contestazione [?]

C’è un ministro che saluta con il pugno chiuso la votazione di un decreto legge. Mezzo governo che si affaccia al balcone e grida alla fine della povertà, mentre un altro ministro grida ad ogni occasione che per prima vengono i bisogni degli italiani. E tutti insieme gridano al cambiamento rivoluzionario del paese. No, non è il ’68 del maggio francese, o il ’48 della primavera dei popoli, ma è l’annus horribilis dell’avanzata dell’arroganza delle destre, senza bisogno di chiamarle fasciste. Fanno danni già così come sono. Sembra di essere tornati indietro nei peggiori anni della storia di questo paese: le menzogne e gli inganni che si ergono a scienza, l’arroganza a forma di dibattito, il razzismo e le disuguaglianza come caratteri identitari ed espressioni culturali di cui vantarsi. Abbandonarsi allo sconforto serve a poco, e più facilmente bisogna realizzare di trovarsi di fronte ad una classe padronale che sta raschiando il fondo del terrorismo economico per mantenersi al potere.

Per non far fallire il modello capitalista della società – incalzato dalla voglia di progresso e di libertà – si preferisce far fallire la società umana stessa. L’acqua non è un bene vitale e di tutti, ma un prodotto da vendere in bottiglia, l’ambiente qualcosa da saccheggiare incolpando il fato quando un ponte o mezza città ti crolla sotto i piedi. Il lavoro è sempre più simbolo di nuove servitù e miserie, mentre la sicurezza non riguarda più la salute pubblica, una vecchiaia sostenuta da una pensione sudata o un’istruzione garantita a tutti. La sicurezza vuol dire telecamere per spiare gli ultimi, leggi feroci, soldi per armi e armati. A dirigere il tutto i padroni di sempre. Quell’1% che si arricchisce ogni giorno alle spalle di tutti gli altri cui sembra che resti soltanto la prospettiva di bersi le panzane di una classe di politici buoni solo a dilapidare soldi pubblici, sostenere gli amici degli amici, umiliare e far arretrare verso la barbarie ogni segno di modernità umana, culturale, sociale, lavorativa.

Poca voglia in tutto ciò di festeggiare ricorrenze rivoluzionarie o aspirare ad utopie future. La sopravvivenza intellettuale ed economica in una società impoverita dai dittatori falliti dei social, già è qualcosa di rivoluzionario. Qualcuno ha detto che niente è per sempre, e quindi i diritti e le garanzie sociali, l’eguaglianza e le libertà civili sembrerebbero volatili conquiste pronte a scomparire sotto il peso di un tweet di un viceministro qualsiasi. A meno che al paese il/legale non risponda il paese reale, facendo sentire la sua voce, la sua determinazione a difendere diritti universali, libertà conquistate, utopie presenti e future, solidarietà che non riconoscono frontiere.

Come in Val di Susa o a Lodi, a Riace o lungo la dorsale appeninica che dice no alla Tap. Come quando ci si ribella ad uno stipendio rubato o ad un morto ammazzato sul lavoro, ad una scuola negata o ad una salute rubata. Se oggi una classe di arroganti padroni sembra avere la meglio, da sempre questo paese è terra di chi lo costruisce e lo suda, e da sempre è in grado, presto o tardi, di organizzarsi contro vecchi cialtroni vestiti di nuovo, o nuovi fascisti vestiti di vecchio. Presto o tardi ci si organizza per una società più giusta e libera. Meglio presto, che liberarsi dai tiranni non è mai tardi.

F.A.I. – Federazione Anarchica Italiana

Sez. “M. Bakunin” – Jesi

Sez. “F. Ferrer” – Chiaravalle

Per una sanità pubblica, equa ed onesta!

Nei giorni scorsi ha fatto scalpore la notizia dell’arresto di quattro primari, un direttore sanitario ed un impresario in Lombardia, per reati di corruzione. Non è la prima volta che accade, punta di un iceberg che mostra un volto del sistema sanitario italiano troppo spesso dimenticato: quello di un mercato aperto a profitti di ogni genere, fatti non sempre in maniera onesta, a danno sicuramente della collettività, della salute pubblica, ma soprattutto di un sistema universalista che continuamente viene attaccato perché “costa” troppo, mentre corruzione, affarismo, tangenti, gerarchie e pressioni di ogni tipo prosperano creando una società altra sempre più lontana dai cittadini.

Lungo questa prospettiva qualcuno potrebbe affermare di non fidarsi più di una sanità venduta e controllata dal mercato, di non volere in alcuna maniera che i privati entrino nella gestione della salute pubblica; specie dopo l’abboffata di servizi e posti letto che hanno avuto in questi ultimi venticinque anni di tagli scriteriati. Eppure, in nome sempre del risparmio, dell’economicità, della razionalizzazione, a livello dei governi locali, continua l’attacco alla sanità pubblica. Nelle Marche l’ultimo esempio è quello della PDL 145/17 che apre a sperimentazioni gestionali, nonostante siano già previste da una legge nazionale, e che prolunga le eventuali sperimentazioni dai tre anni previsti, fino a cinque con proroga di un anno ulteriore. Il rischio di una invasione nella sanità pubblica da parte di soggetti privati di qualsiasi tipo è forte, lungo un percorso di discrezionalità dove l’interesse della salute sembra sfumare rispetto a quelli del profitto.

Il quadro che si prospetta a livello regionale non è bello. Nel tempo si sono chiusi i piccoli ospedali (13), nonostante sostenessero una risposta funzionale e vicina ai bisogni dei cittadini. Poi si sono accorpate le ASL nell’ASUR, per poi ridividere in Aree Vaste, con un proliferare degli incarichi da dirigente, che andava di pari passo con la diminuzione dei servizi e l’allungamento delle liste di attesa. In questo l’idea del CUP regionale ha mostrato il suo vero volto: quello di razionalizzare la destrutturazione della sanità per aprire ai privati. Può capitare di andare a decine di chilometri di distanza per un’ecografia o un semplice ECG, e per questo ridurre distanze e tempi facendo semplicemente ricorso alle prestazioni a pagamento: ambulatori privati e attività intramoenia hanno diviso i cittadini in chi può e in chi non può. E poi si viene sbattuti a chilometri di distanza mano a mano che si diventa malati acuti, cronici, lungodegenti, terminali, etc; magari dopo aver atteso molte ore in un Pronto Soccorso.

In tutto ciò, combattere la scellerata PDL 145/17 della Giunta Ceriscioli (che ha visto il governatore molto abilmente tenersi un assessorato chiave come quello alla sanità accampando ogni sorta di pretesto) diventa il punto di partenza per riprendere con forza un discorso di difesa della sanità pubblica, di controllo collettivo dei percorsi decisionali, di trasparenza delle scelte, di dire basta a qualsiasi taglio del welfare e ripartire dai bisogni dei singoli, delle famiglie e dei territori; e non ultimo di difesa anche dei diritti dei lavoratori. La salute, come l’istruzione, e il welfare in generale, non sono costi da tagliare, ma sono un investimento per il capitale umano di una società solidale e giusta, specie quando ogni apertura al mercato significa una riduzione dei diritti e delle libertà conquistate. E questo, va ricordato, accade alle porte del 25 aprile.

No alla privatizzazione della salute. No alla legge 145!

Assemblea per la Salute Pubblica – Jesi e Vallesina

fip. Via Pastrengo 2 – Jesi

Violenza Fascista

Macerata è una città della profonda provincia italiana, come tutte le altre città d’Italia, e come anche le periferie di Milano, Roma, Torino, Napoli, etc. La profonda provincia dove facilmente cresce ed esplode l’odio; dove si può chiamare scimmia una donna (a Fermo) ed ammazzare il marito che la difende. Una provincia rabbiosa e viscerale, come quella di Firenze dove sette anni fa vennero uccisi due senegalesi, o Busto Arsizio, dove tornano i roghi in piazza delle donne che la pensano diversamente, anche se, fortunatamente, solo in effige. E tanti altri, troppi, episodi squadristi di questi ultimi anni di cui c’è da perdersi, nell’elencare la violenza conseguente alla campagna d’odio della Lega, Casa Pound e Forza Nova, tollerata da molti altri, negata dai media e, funzionale a far dimenticare i veri problemi di questo paese, affogandoli in una guerra fra poveri.

In questi giorni sta uscendo nelle sale il film “Sono tornato”, scopiazzatura della versione tedesca “Lui è tornato”, con un taglio comico discutibile ed una lettura molto superficiale di cosa sia stato e di cosa è il fascismo, dimenticando che, al di là di ogni valutazione, commento, riscrittura e revisionismo (o negazionismo) il fascismo è in primo luogo violenza. Violenza fisica, sopraffazione, uccisioni, desaparecidos, stragi, guerre, e negazione delle libertà, razzismo, discriminazione. Il fascismo è far morire affogati i profughi in mare o congelati alla frontiera.

Il fascismo non è un momento passeggero della politica che può farsi più o meno autoritaria, una dittatura dolce, un … “prima gli italiani”. Non c’è stata idea politica in questo paese che non abbia concorso alla morte di così tanti italiani come il fascismo.

Di fronte a questo c’è chi pensa che un articolo della costituzione, una disposizione di legge, una mozione parlamentare, un ordine del giorno o un impegno istituzionale possano arginare la violenza montante. In realtà il fascismo si combatte rifuggendo la violenza, riconoscendo le diversità, non accettando nessun tipo di provocazione e garantendo altresì salute, scuola e lavoro a tutti. Il fascismo si combatte allargando i diritti e le libertà, civili, sindacali e sociali, non riducendole. Ma soprattutto il fascismo si combatte assumendo il coraggio di guardare in faccia la violenza politica, la sua banalità del male, la natura intrinsecamente anti-umana di ogni pensiero fascista.

La profonda provincia italiana ha di nuovo prodotto violenza. Qualcuno dirà “è un pazzo isolato”, molti purtroppo già stanno applaudendo lo sparatore del 3 febbraio a Macerata, incensandolo con un “Onore al camerata”. La maggioranza delle persone farà finta di nulla. Fino alla prossima violenza, fino a quando, forse, ci scapperà un linciaggio. O fino a quando si scoprirà che è troppo tardi per dire e fare qualcosa contro il fascismo.

 

F.A.I – Federazione Anarchica Italiana
sez. “M. Bakunin” – Jesi
sez. “F. Ferrer” – Chiaravalle

Alternativa Libertaria/FdCA
 sez. “Silvia Francolini” – Fano/Pesaro

Gruppo Anarchico “Kronstadt” (senza fissa dimora) – Ancona

Per la Salute Pubblica a Senigallia e non solo

        Le continue, (pessime) notizie riguardanti l’Area Vasta n. 2 (ma non solo), hanno il pregio di porre in rilievo alcune questioni, in merito alla salute dei cittadini, ma non riescono a farsi contributo e progettualità politica. Il depotenziamento dell’ospedale di Senigallia è un dato chiaro a tutti, come quello di tutta la sanità regionale e nazionale, lungo una prospettiva di destrutturazione del welfare pubblico, sia per il risparmio della spesa dello stato (magari per fare qualche guerra in giro), sia per aprire spazi di intervento ai privati e ai fondi assicurativi.

        Negli ultimi 20 anni si è assistito progressivamente alla chiusura/ridefinizione dei piccoli ospedali (prima dovevano essere chiusi, poi trasformati in case della salute, poi ancora in ospedali di comunità), seguite da scelte di vario tipo quali, ad esempio, ultima in ordine di tempo, la cessione come ramo d’impresa dell’Ospedale d’Osimo all’Inrca anconetano, mentre il governatore plenipotenziario della sanità marchigiana si preoccupa di quale algoritmo sviluppare per poter avere un solo ospedale per provincia. Il problema purtroppo non è risolvibile semplicemente con formule numeriche, anche in termini di finanziamenti.

        Le ultime uscite di alcuni esponenti di maggioranza delle realtà comunali più grandi nella provincia (come l’intervento dell’Assessore alla Sanità del Comune di Senigallia sui media qualche giorno fa), sono solo spot elettorali/propagandistici, diretti ad una cittadinanza che invecchia, e che si informa sempre meno sul peggioramento delle condizioni generali di assistenza e salute decise nelle cabine di regia regionali di un PD che, con la paura di perdere voti, da una parte taglia e dall’altra finge di opporsi per non perdere quei pochi consensi di convenienza rimastigli sul territorio.

        L’esempio di Senigallia è lampante circa il futuro progettato secondo scelte governative che si succedono con continuità politica tutte tese a lasciare il welfare in mano a chi (in questo caso La Curia) delle emergenze sociali si è sempre fatto paladino di carità, senza mai metterne in discussione le cause, promuovendo tramite proprie associazioni e soldi nostri, e ore di lavoro gratuito di volenterosi caritatevoli, senza mai intaccare alla radice le cause e il crescere delle disuguaglianze, mentre i problemi di povertà e marginalità sociali già in alcune parti della regione vengono affrontati con fogli di via e la stretta su decoro e sicurezza. Alla fine, quali che saranno scelte e i futuri servizi previsti per l’Ospedale di Senigallia ( Jesi, Fabriano, etc.), la questione rimane politica, ed è una sola: la copertura universale dei bisogni della salute per i cittadini sarà garantita, potenziata o peggiorerà? I lavoratori della Sanità saranno messi in condizione di prestare cura e assistenza in maniera funzionale o, continueranno a subire il taglio degli organici e la contrazione dei posti letto con conseguenze negative in primo luogo per la popolazione?

        Numeri contro uomini, lavoratori e utenti contro tagli lineari, universalismo sanitario contro assoggettamento istituzionale e politico alle esigenze del mercato. Dal canto nostro possiamo solo che chiamare ad una mobilitazione come già avvenuto in passato e in altri contesti, fuori da una guerra fra poveri, che vuole una città contro l’altra per il mantenimento di questo o quel servizio e in difesa della salute pubblica.

F.A.I – Federazione Anarchica Italiana

        sez. “O. Manni” – Senigallia,

        sez. “M. Bakunin” – Jesi,

        sez. “F. Ferrer” – Chiaravalle

Gruppo Anarchico “Kronstadt” (senza fissa dimora) – Ancona

Mercoledì 31 gennaio 2018

Promesse, poltrone e problemi reali.

I tre operai morti intossicati a Milano sono solo una delle ennesime sciagure che testimoniano della grave situazione in atto nel paese. Si lavora male, si vive peggio e la miseria e lo sfruttamento non fanno nemmeno più notizia, neanche rivendicazione politica. Meglio prendersela con gli stranieri, gli immigrati, quelli che non appartengono alla “razza bianca”. E mentre ci si affanna a contrastare il razzismo crescente, da quelli che dovevano essere eredi del centro sinistra arrivano addirittura dichiarazioni che “Mussolini ha fatto
tante e buone cose”.

L’accattonaggio di un voto non ha limiti e il populismo non ha freni. Si promette di ridare le pensioni, e intanto si smantella il sistema sanitario. Si dice di cancellare leggi inutili, ma intanto si ridurranno le tasse con il solo risultato positivo di far contenti i padroni e di soffocare nella disperazione lo stato sociale.

Chissà se i prossimi candidati alla guida del paese hanno mai passato otto ore in un Pronto Soccorso. O se hanno lavorato mai gratuitamente come metodo didattico di una scuola “moderna”. O se si sono realmente vergognati di vivere in paese dove si da fuoco ad un barbone, si ammazza di botte la propria ragazza, si prendono milioni di finanziamento di ogni tipo mentre a chi lavora si racconta la favoletta della crisi.

E’ troppo facile dire che dopo il 4 marzo non cambierà nulla, i rapporti di potere
economico e di gerarchia politica rimarranno gli stessi, o peggio, a prescindere da quali vincitori saliranno sulle poltrone del palazzo. E’ facile rinunciare o condividere ed arrabbiarsi sui social, lasciando le piazze al vuoto delle telecamere o dei nipotini dei servi dei nazisti. Come sarà ancor più facile morire di lavoro in un paese dove tutto cambierà unicamente a favore degli amici degli amici degli amici, con i servitori violenti di sempre, in camicia nera o no, con i bugiardi di sempre a gridare dalle pagine false di molti media, con la maggioranza dell’umanità disperata. Dal canto nostro non abbiamo alcuna facile promessa o menzogna da offrire dato che al potere e ai privilegi della casta politica e economica, contrapponiamo la pace e la giustizia sociale, la sicurezza per i più deboli, la libertà di essere diversi: neri, omosessuali, poveri o … donne.

Se bastasse il voto per cambiare questo stato di cose, se servisse la delega istituzionale a modificare i rapporti di potere nella società, allora le elezioni sarebbero state dichiarate illegali da un pezzo. Tutto questo non si è mai ottenuto con gli stessi strumenti a disposizione dei padroni, ma con la lotta e la solidarietà collettiva degli sfruttati. Strumenti per niente facili, ma che hanno sempre costruito società più giuste.

F.A.I – Federazione Anarchica Italiana

sez. “M. Bakunin” – Jesi

sez. “F. Ferrer” – Chiaravalle